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Publicado: Considerazioni sull’anfora e la terminologia latina dei vasi recipienti, Limes, Santiago de Chile, 12, 2000, 106-115.  

 

CONSIDERAZIONI SULL’ANFORA E LA TERMINOLOGIA DEI VASI RECIPIENTI IN LATINO


Pedro Paulo A. Funari[1]

 

                               Gli studi sulla tecnologia antica effetuati da archeologi, storici e filologi diventano sempre più importanti per la comprensione dell’economia antica. Ciò nonostante, il progresso in questo campo è spesso intralciato dalla mancanza di una vera conoscenza della terminologia impiegata dagli autori classici. D’altra parte, le designazioni moderne di elementi della cultura materiale greco-romana hanno raggiunto  un grado di differenziazione troppo preciso; ne risulta che, per ricordare un esempio particolarmente rilevante, i nomi attribuiti ai vasi greci del V secolo av. C. non corrispondono in modo preciso alla terminologia dei greci stessi. Quest’osservazione va riferita a tutta l’immensa serie di oggetti che, presenti o meno fra i ritrovamenti archeologici, pongono al ricercatore un’importante domanda metodologica: qual è la definizione e la denominazione date a questi oggetti dagli uomini che li fabbricavano e utilizzavano?

 

                               Pare chiaro che soltanto specifici studi settoriali potranno fornirci una risposta a questi interrogativi. Si rende comunque necessaria un’indagine che prenda in considerazione le sfere d’azione dell’antico vocabolario tecnico. Vale a dire che, per l’analisi de un certo gruppo di termini, ocorre stabilire le aree d’attuazione d’ogni vocabolo, le sue particolarità e la  sua posizione nei confronti degli altri termini.

 

                               Un esempio di particolare rilievo è quello delle voci latine impiegate nella denominazione di vasi destinati soprattutto al trasporto di liquidi – vino e olio – e delle principali derrate commercializzate durante l’Impero Romano. Per questo motivo, dalle richerche archeologiche si rilieva che negli scavi e nei relitti sottomarini viene rinvenuta in grande quantità una categoria di oggetti, destinata al trasporto delle suddette merci, che gli archeologi denominano “anfora”. Su questo surgono due domande: qual è l’adeguamento della denominazione archeologica a quella latina? Inoltre, dentro l’universo delgi oggetti destinati al trasporto ed all’immagazzinaggio di liquidi, qual è  la posizione dell’oggetto che i latini chiamavano anfora?  Affinché sia  possibile rispondere a tali quesiti, ocorre studiare l’area abbracciata daí più importanti termini latini che designavano recipienti di ceramica e simili all’anfora: dolium, calpar, situla, orca, gastra, diota, cadus e amphora.

 

                               Incominciamo daí termini che sembrano più distanti dall’anfora per la loro forma e funzione: dolium, calpar e situla. Ritroviamo la voce dolium in alcune lingue indoeuropee, in irlandese delb, in gallico delw, in bulgaro dili. Il senso primitivo della radice pare sai “stampo” o recipiente in senso lato. Secondo Plinio, la sua forma era caratterizzata dalla pancia: figuras doliorum referre: uentriosa ac patula minus utilia (NH, 14, 134). Notizie più particolareggiate ci vengono da Columella: uasa fieri oportet patenti ore et usque ad imum aequalia nec im modo doliorum formata (RR, 12, 4-5). Il dolium non aveva anse e presentava una bocca angusta rispetto al corpo stando all’attestazione di Cassiodoro (secolo VI d.C.): fontem uidimus in forma doli concauis hiatibus aestuantem (Variae, 2, 39,2). Il suo impiego era abbastanza preciso: non era adibito al trasporto, ma alla conservazione di prodotti di uso quotidiano (oggetto fisso) come ci conferma il giureconsulto neroniano Procolo: uinum enim in amphoras et cadus hoc mente diffundimus, ut in his sit, donec usus causa probetur, et scilicet id uindimus cum his amphoris et cadus: in dolia autem alia mente coicimus, scilicet ut ex his postea uel in amphoras et cados diffundamus uel sine ipsis doliis ueneat (Dig.,33,6,15).

 

                               Calpar è un termine rarissimo, trovato soltanto al nominativo. Era prestito dal greco (kalph e kalpis) e, stando a Nonio Marcelo (inizio del IV secolo d.C.), era un’antica denominazione di dolium (546,28, riportando un passo di Varrone, De uita Populi Romani): quod antequam nomem dolium prolatum, cum etiam id genus uasorum calpar diceretur, id uinum calpar appellatum.  È stato introdotto in latino probabilmente attraverso l’osco o l’umbro.

 

                               In quanto a situla, si tratta di un vaso per il trasporto d’acqua, come suggerisce il Digesto: Rota, per aquam Qua trahetur, nihilominus aedifici est quam situla (18,1,40). È una voce comune in latino e impiegata già da Plauto col significato di secchio: Si situlam cepero...ni ego illi puteo...animi intertraxero (Amph., 515) e da Catone (RR, 10,2;11,3). Tutti e tre i termini finora analizzati non avevano quindi la funzione dell’oggetto che gli archeologi chiamano anfora.

 

                               Orca è un vocabolo di origine incerta, non derivato necessariamente dal greco (urch), giacchè è possibile che entrambi provengano da una comune origine fenicia (vedi l’ebraico araq, terra). Tuttavia, è stato assimilato per contaminazione a orca (balena), voce greca introdotta in latino per mezzo dell’etrusco. Quindi, secondo Paolo Festo: orca genus marinae beluae maximum dicitur, ad cuius similitudinem uasa quoque ficaria dicuntur: sunt enim teretes, atque uniformi specie (195,4), essendo cosí un vaso ampio e rotondo. Columella lo ricorda anche come adibito alla conservazione di fichi (RR, 12,15,2), cosí come Plinio: ubi ficorum copia abundat, impletur orcae in Asiae, cadi autem in Ruspinae Africae urbe (NH, 15,21,82; su questa importante relazione com cadus, vedi oltre). Confermando sempre questa sua caratteristica di vasi recipiente per la conservazione di prodotti alimentari vi è l’attestazione di Varrone: ubi conditum nouum uinum, orcae ut in Hispania feruore musti ruptae, nec non dolia ut in Italia (RR,1,13,6). Quindi,  secondo questo scrittore tecnico, orca designa un caso di grandi dimensioni com funzioni simili al dolium, ma probabilmente diverso da questo per la forma. Infine, stando a Orazio, essa era impiegata a Bisanzio per la conservazione di salse (muria): quod pingui miscere mero muriaque decebit non alia quam Qua Byzantia putuit orca (Sat.,2,4,65-6), benchè il passaggio non renda chiaro se era utilizzata per il trasporto di esse.

 

                               Cosí, essendo un vaso per la conservazione di prodotti e avvicinatosi, quanto alla funzione, al dolium, l’orca sembra molto diversa dell’anfora. Tuttavia, il suo rapporto com cadus (citato da Plinio, vedi sopra), che poteva, come vedremo, essere l’equivalente di amphora, come pure il passo di Orazio (benchè incerto), ci forniscono una connessione tra i due termini che dovrà essere delucidata nella seconda parte del nostro saggio.

 

                               Gastra e diota sono due termini poco impiegati in latino e probabilmente ai latini parevano expressioni greche. Gastra (dal greco gastra, in latino uenter) significa vaso panciuto, senza che sai precisata la forma di collocazione delle anse, ovvero se queste esistevano per necessità. La sua assimilazione all’amphora deriva dal seguente brano di Petronio, quando si riferisce alla festa in casa di Trimalcione: alter alterius amphoram fuste percussit...notauimus...ostrea...e gastris labentia (70,6). E, in seguito, sempre nella festa: cum per scrupos gastrarumque eminentium fragmenta traxissemus...pedes (79,3). Da questi passaggi non risulta, in realtà, un’identificazione assoluta tra i due termini. Riferendosi ai pezzi di anfore rotte, gastra pare rapportarsi soltanto alle pancie (gastris) delle anfore. Come sapiamo, dal Monte Testaccio a Roma, le pancie, per il loro volume, sono le parti più sporgenti di una anfora frammentata e giustificano cosí l’uso metonimico dei termini. In quanto a diota (dal greco diwtos, vuol dire “due anse o orecchie”), era un termine rarissimo in latino, quasi un glossema, impiegato una única volta, nella poesia, da Orazio, probabilmente a causa della metrica del verso: deprome quadrimum Sabina...merum diota (Carm.,1,9,5). Porfirio, in uno scolio riferito a questo passo, afferma che: diota amphoram dicit quod ansae eius uelut aures sint. Ciò denota che il termine non era stato assorbito nel latino parlato. Isidoro la considera altrettanto equipollente al latino amphora: amphora uocata quod hic et inde leuetur. Haec graece a figura sui diota dicitur, quod eius ansae geminatae uideantur aures imitari (Or.,16,26,13). Entrambi i termini non erano quindi d’uso corrente in latino e non possiamo rapportarli, come sinonimi perfetti, al termine anfora.

 

                               Il vocabolo cadus richiede un’attenzione particolare. Il suo etimo semitico è interessante, kad col significato di panciuto e, per estensione, vaso panciuto, utilizzato per liquidi e solidi, secondo il texto biblico. Introdotto in Grecia (kados), pare che presto abbia preso il senso di vaso vinario, benché, come possiamo desumere daí versi di Ateneo (473,b, riportando i raggionamenti di Cleitarco), egli designasse fra gli Ioni vasi di argilla in genere, come sinonimo di pothrion. A quanto pare, la differenza, almeno in origine, tra  amforeus e kados non era abbastanza netta. Può darsi che questa voce comprendesse anche vasi di bocca larga, che si potevano introdurre gli uni negli altri, come deduciamo da un passo di Platone (Rep. 19,616,d).

 

                               Nonostante la sua antica introduzione in latino (Plauto, Asin.,602) non è citato da Catone. Esso è impiegato parecchhie volte come vaso da trasporto, sinonimno di amphora, particolarmente da Marciale (1,43,8, nec de Picenis uenit oliua cadis), da Plinio (NH, 17,56, Caesar dictator triumphi sui coena uini Falerni amphoras Chii cados in conuiuia distribuit), da Plauto (Asin.,602, uini cadum uelim) e da Apuleio (Met.2,11, mittit mihi...uini cadum in aetate pretiosi). Plinio (e forse anche Apuleio) sembra preferirlo come recipiente che conteneva il vino greco, riservando amphora a vaso vinario dell’Italia. Possiamo riscontrare analogo uso di cadus e amphora anche nel Digesto (33,6,60): uinum, quod in amphoras et cados diffusum est  e uinum...in amphoras et cados diffundimus (33,6,15). Secondo i glossari, cadus corrispondeva al greco udria e alle voci latine amphora, situla e urna. Isidoro traduce il greco kados per situla, ciò viene confermato dal tardo riferimento del monaco inglese Beda: cados graece, latine situla (Gramm.6,268,13). Dunque, anche in latino il termine comprendeva oggetti molto diversi fra loro. Benché lo troviamo col senso di amphora era, senxa dubbio, molto meno utilizzato di essa per designare il vaso che conosciamo come anfora.

 

                               Infine amphora che è, propriamente, un vaso protato da ambidue i lati (dal greco amfi + ferw + il suffiso indicativo degli strumenti). Manteneva, da una parte, vestigi della sua origine greca, como ci attesta, nel Basso Impero, Celio Aureliano: uitrea uascula uel testea, quas Graeci amphoras uocant (Chron.2,2,23). Dall’altra, è un termine di antica introduzione nella lingua latina (appare già in Nevio, Com.124, bilbit amphora liquore impleta), impiegato nell’eloquio popolare, e che presentava qualche irregolarità di grafia, specie nelle iscrizioni: anfora (CIL XII, 5681), amfora (CIL VI, 1771), amfura (CIL XV, 4653), ed anche ampora. Anphora e anfara (TLL, I, col. 1985) come per dimostrare l’uso popolare del vocabolo. Secondo Porfirio, come abbiamo veduto, Orazio chiama diota ciò che in latino veniva designato come amfora (scritto proprio com m e f  nei manoscritti). Possedeva, necessariamente, due anse (ciò que com si riscontrava nel cadus), non solo per l’origine del termine in sé, ma anche per quanto ci dicono Porfirio (nel suo scolio), Catone (RR, 111,2, amphoras nolito implere nimium: ansarum infimarum fini) e Isidoro (già citato). Le amphorae so facevano, nella loro stragrande maggioranza, in argilla, come affferma espressamente Columella (RR 12,44,5): Marcus Columella patruus meus ex ea creta, quae fiunt amphorae. Orazio (Ars. 21) ci svela che erano fatte al tornio: amphora coepit instituit: currente rota cur urceus exit? Sebbene fosse impiegata per la conservazione del vino per molti anni (Hor.,Carm.,3,16,34; Marciale, 8, 45,4) la sua principale caratteristica era quella di essere un vaso per il trasporto di derrate e che non veniva, in genere, reimpiegato dopo il consumo del bene trasportato, come è confermato da Digesto (33,6,14): uasa quae ita diffusa ut non ad perpetuum usum uasa reseruarentur, ueluti amphorae et cadi. E come possiamo osservare, nel caso delle anfore olearie, dall’immenso deposito di anfore scartate che è il Monte Testaccio a Roma,

 

                               Per ciò che riguarda le derrate trasportate, nessun altro vaso, nemmeno il cadus, appare usado per una tale varietà di prodotti. L’amphora era adibita al trasporto, non soltanto del vino  e dell’olio, ma anche dell’aceto, delle salse, delle olive in conserva, dell’uva, del miele e dei fichi. La presenza di iscrizioni riguardanti questi prodotti sui recipienti denominati anfore dagli archeologi (oltre a parecchi altri nomi  non riportati dalla tradizione testuale – come acade, ad esempio, col celebre Falerno -) come pure la presenza cospicua di queste nel registro archeologico ed in particolar modo nei relitti sottomarini, rendono sicura l’identificazione del termine latino a quello moderno. D’altra parte, abbiamo dei passaggi di autori latini che ampliano il significato del termine amphora oltre il concetto di anfora. Prima di tutto Petronio (Trim.,34): statim allatae sunt amphorae uitrae diligenter gypsatae, quarum in cercuicibus pittaccia eran affixa cum hoc titulo: Falernum Opimianum annorum centum. Allo stesso modo, anche Celio Aureliano si riferisce all’uso di amphorae di vitro (già citato). Amphorae di onice sono citate da Plinio (NH, 35,59): magno fuisse miraculo, cum P. Lentulus Spinther amphoras ex eo (sc. onyche) Chiorum magnitudine cadorum ostendisset. In entrambi i casi si tratta del processo di derivazione per irradiazione del senso, probabilmente per analogia com una forma essenziale di amphora, sintesi concettuale delle parecchie forme dell’amphora d’argilla. Per ultimo, troviamo in Catone (RR,11,2) un riferimento ad amphora in rapporto ad un altro materiale: amphoras sparteas IIII. Qui, però, sarà soltanto un riferimento all’involucro di sparto che poteva ricoprire i vasi d’argilla.

 

                               Possiamo pertanto concludere senza dubbio che la popolazione di lingua latina distingueva le anfore (oggetti) dagli altri recipienti e che, nella stragrande maggioranza dei casi, essa le designava col termine amphora, nome questo riservato, quasi esclusivamente, a tale categoria di oggetti. L’impiego da parte degli archeologi del termine anfora in relazione a tali oggetti trae dunque la sua giustificativa dallo stesso vocabulario latino e rappresenta una delle poche identificazioni sicure tra oggetto archeologico e terminologia antica.

 

                               Il nostro quesito iniziale – qual è l’adeguamento della denominazione latina a quella archeologica dell’oggetto anfora – si presenta, quindi, risolto. Eppure, il rapporto di questo termine com gli altri vocaboli visti e il rapporto fra questi non si mostrano ancora chiari. Per risolvere questa questione ocorre riportarsi alla realtà dell’epoca, prendendo in considerazione due aspetti importanti: l’imprecisione del vocabolario tecnico antico e, di conseguenza, la variabilità delle aree d’impiego di queste voci nell’universo semantico di cui fanno parte. Per quanto riguarda il primo aspetto, ci resta solo da rilevare che l’inesistenza di un vocabolario scientifico conduceva all’impiego di termini derivati da procedimenti metaforici, da ravvicinamenti di forme o funzioni e spesso dalla sostituizione di più designazioni specifiche ad un único termine comune dal senso lato, che le comprendese tutte. Ocorre pertanto abbandonare la nozione secondo cui ad ogni vocabolo corrisponde un único concetto e una sola categoria di oggetti. Quanto al secondo aspetto, nel caso dei termini che stiamo esaminando, tutte le designazioni possono essere racchiuse dentro all’ampio concetto di uas. Presentano, tuttavia, circoli specifici d’attuazione semantica di significati variabili, che stutturano i rapporti reciproci e la transitabilità o meno dei vocaboli da un circolo all’altro.

 

                               Possiamo distinguere due gruppi che, per le popolazioni di lingua latina, si opponevano fra loro: dolium e calpar da una parte e cadus, situla, amphora, diota e gastra dall’altra, rappresentando due universi concettuali distinti. I vasi per la conservazione di generi alimentari non trasportabili si distinguono di quelli trasportabili. Al centro,  tuttavia, riscontriamo l’orca, termine che equivaleva sia a un recipiente fisso (dolium) sia ad uno trasportabile (cadus). Pertanto, alla fondamentale distinzione tra vasi da trasporto e fisso si oppone un’area che collega i campi semantici e che si manifesta tramite l’esistenza di denominazioni dal significato impreciso, trascendendo la rottura basilare. Eppure questo ponte semiologico non nega la differenziazione essenziale, anzi stabilisce i limiti di un tale fenomeno.

 

                               Fra i termini che designano recipienti portabili, cadus li potteva comprendere tutti: sai quell’a bocca larga e senza anse, come la situla, sai quelli a bocca angusta e due anse, come l’amphora. Plinio (NH,27,4,5) sembra riferirse in modo esplicito a cadus come vaso a bocca larga. Questa ampiezza di significato del termine cadus indusse Leonard ad affermare che der Kados in seiner Form nicht mit Sicherheit bestimmen lässt. Ciò nononstante, cadus designava parecchi vasi recipienti portabili, essendo cosí una voce di accezione ampia, agendo, in linea di massima, come equivalente a “vaso trasportabile”. Non possiamo quindi determinare la forma specifica, poichè poteva designare una svariata serie di oggetti.

 

                               Stando sempre alla nostra interpretazione, l’opposizione tra situla e amphora appare sotto un duplice aspetto: della presenza obbligatoria di due ansi nelle amphorae e dell’opposizione bocca larga/ bocca angusta. Questo isolamento dell’area d’attuazione del termine amphora conferma che i latini la distinguevano daí suoi somiglianti. Questa riflessione ci porta ad un secondo approccio all’universo semantico che studiamo, cioè, ai problemi di sinonimia e di economia contestuale.

 

                               Possiamo distinguere due gruppi di sinonimi. Cadus e amphora non sono sinonimi esatti e quindi la definizione di anfora non si può applicare interamente ad essa. Com i due sinonimi imprecisi, diota e gastra, accade un altro tipo di fenomeno. I termini dolium, situla e calpar sono del tutto latini e vengono impiegati nella lingua d’uso. Orca, invece, è un vocabolo straniero, benché d’antichissima introduzione in latino, mentre i termini cadus e amphora sono prestiti (Lohnwörter) dal greco e, in parte, ancora percepiti come tali (specie il cadus). D’altra parte, diota e gastra erano sentite affatto come parole greche (Fremdwörter). Possiamo, quindi, discriminare amphora da diota e da gastra tramite il loro contesto d’impiego: ad una parola quasi latina si opponevano da una parte ciò che chiameremmo di “licenza poetica” (diota) e dall’altra un termine impiegato per sineddoche, anch’esso chiaramente straniero. In effetti, neanche in greco questi termini erano dei sinonimi esatti, giacché diota comprendeva i vasi a due anse e gastra tutti quelli che presentavano una grossa pancia.

 

                               Dopo l’analisi, ci rendiamo conto dell’azione nell’universo semantico studiato, di alcuni principi strutturali che mettono in rapporto/opposizione i vari termini. Dapprima, come abbiamo veduto, la classificazione dei vasi non si presenta secondo il modo tassonomico, per genus proximum et differentia specifica ma tramite una cesura basilare che oppone i vasi trasportabili a quelli fissi. Quest’opposizione è mediata dal termine orca il quale, nei due sensi intraveduti nei passi citati (dolium e cadus) stabilisce una specie di ponte semiologico fra le due strutture. Dentro ogni zona, peraltro, i termini si articolano su due livelli distinti: nell’area d’attuazione contestuale, dove i termini che esprimono concetti simili sono adoperati gli uni invece degli altri, a seconda delle circostanze, e nell’area d’attuazione concettuale (dove cadus comprende i vari concetti espressi da termini più rigidi). Per comprendere la struttura di quest’universo è fondamentale rendersi conto della predominanza di una problematica funzionale per ciò che riguarda il ragruppamento dei termini. La forma appare dunque come appendice della funzione, a seconda che favorisca o meno la trasportabilità del vaso o lo renda quindi pi`du adatto ad un determinato uso. Cosí, il principio basilare che ordina la concezione latina dei vasi recipienti è quello della funzione.

 

                               I termini esaminati presentano un intreccio specifico che chiarisce il campo d’attuazione semantica di ciascuno di essi. Nel corso della nostra analisi, sono state scartate le relazioni significanti/significato assolute e delucidate le opposizioni nell’ambito dei vocaboli visti. Il funzionamento del vocabolario tecnico di questo universo, nella sua specificità, è comprensibile soltanto se si tiene conto delle tre dimensioni semantiche utilizzate sopra: l’ampieza di significato di ogni termine, i rapporti di sinonimia stabiliti daí riferenti e daí concetti ed infine l’economia contestuale.

 

                               Lo studio della antica terminologia tecnica può essere approfondito mendiante la comprensione dei principi di strutturazione degli specifici universi semantici. Ne potrà risultare, ci auguriamo, un impiego più fecondo della tradizione testuale nell’interpretazione di una parte rilevante del materiale archeologico.  

 

                              


 

[1] Departamento de História, Instituto de Filosofia e Ciências Humanas, Universidade Estadual de Campinas, C. Postal 6110, Campinas, 13081-970, SP, Brasile, fax 55 19 289 23 10, pedrofunari@sti.com.br.